Pratica della Compassione: una meditazione Buddhista

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Pratica della Compassione “Karuna Bhavana”: una potente meditazione Buddhista

Allontana l’ansia e la sofferenza (sia fisica che psicologica o di cuore) è commovente e lascia una piacevolissima sensazione

in questo speciale scopri:

  1. Una introduzione alla meditazione della compassione
  2. Una meditazione Karuna Guidata completa (gratis)
  3. Come proporre la pratica della compassione ai bambini (per calare l’ansia e essere un po’ meno egoici)

Una introduzione alla meditazione buddhista della compassione

Karuna Bhavana (Karuna significa Compassione mentre Bhavana significa pratica o coltivazione) è una potente pratica suggerita da Buddha per allontanare Ansia, crudeltà e alleggerire la sofferenza sia mentale che fisica.

Guarda il video o leggine il testo sotto.. Anzi faccio una breve playlist così dopo la presentazione parte il video con la meditazione guidata.. Se invece vuoi andare direttamente alla meditazione guidata clicca qui: karuna guidata

ecco la Playlist con l’introduzione e la meditazione guidata (18 minuti di presentazione + 26 di meditazione)

“Ho visto il video sulla meditazione buddhista sulla compassione e vorrei saperne di più.

A cosa serve? Perché farla e perché insisti molto in questo periodo su questa meditazione?

Questa meditazione parte dalla fondamentale meditazione della pace interiore o pratica di metta trovi il corso di metta cliccando qui

Cos’è questa pratica della compassione chiamata Karuna Bhavana?

Bhavana (pronuncia: Bàvana) significa “pratica” e Karuna (carùna) significa “compassione”.

È una meditazione buddhista, una pratica, che si utilizza per sviluppare questa qualità del cuore che è la compassione.

Cerchiamo bene di capire cos’è questa pratica, che Buddha chiamava “sublime”, e come funziona.

Rientra in una famiglia di quattro meditazioni che Buddha chiamava “sublimi dimore”; la più famosa di queste dimore, nel senso di luogo della mente in cui stare, è Metta Bhavana: la pratica della benevolenza.

Metta è una parola in lingua pali che significa “benevolenza”, “amorevolezza”: perciò una qualità del cuore benevola; è un po’ quello che io faccio quando dico “che tu sia felice e che tutti gli esseri siano felici”, cioè l’augurare alle persone che possano conoscere la vera felicità: l’illuminazione, la felicità finale, la liberazione dalla sofferenza e quant’altro.

E di augurare amore: alla fine la sintesi della pratica della benevolenza è proprio questo; gli inglesi traducono Metta con “Loving kindness meditation”, quindi amorevolezza e gentilezza.

Perché ti ho parlato di Metta mentre ti parlavo della pratica della compassione?

Perché Metta, la qualità della benevolenza, è una pratica che noi useremo anche in Karuna.

trovi il corso di metta cliccando qui

Qual’é allora la differenza tra le due?

È che nella compassione noi ci focalizziamo nella sofferenza diffusa, presente negli altri oltre che in noi stessi, e che manderemo la qualità del cuore benevola sviluppata con Metta verso la sofferenza.

Per essere più chiaro: io penso alle persone che soffrono, e questo mio pensiero nei confronti della sofferenza sarà sostenuto dal mio amore: ti vedo, mi accorgo che stai soffrendo, ci sono; e ti auguro, dal più profondo del cuore, ogni bene.

Questo “ogni bene” è proprio Metta: la benevolenza; ed ecco quindi perché l’una è necessaria all’altra, infatti abbiamo bisogno di Metta per poterla indirizzare verso Karuna.

Parliamo un attimo della compassione.

Mi rendo conto che spesso c’è una confusione tra compassione e pietismo.

La compassione non ha nulla a che fare con il pietismo.

Il pietismo è quel qualcosa per cui io, dall’altro al basso, per esempio vedo un mendicante e, con un senso di superiorità, gli getto un obolo; di fatto io mi sento un gran fico e mi rendo conto che lui è inferiore a me, e ho pietà di lui.

Non si tratta del gesto in sé, del fatto che gli ho allungato una monetina, ma dell’attitudine mentale con cui mi approccio a qualcuno che sta soffrendo o che attraversa un momento di difficoltà.

La compassione è invece qualcosa di molto diverso anzi, per certi versi, di diametralmente opposto.

Hanno delle similitudini infatti, in entrambi i casi, io vedo la sofferenza dell’altro; può anche darsi che io, in quel momento, quella sofferenza non la stia vivendo, tuttavia conosco la qualità della sofferenza e mi sintonizzo con essa.

E qui apro una parentesi, per chiarire meglio questo concetto del “sintonizzarmi con…”, e prendo in prestito un concetto vicino a quello della compassione (che è un sentimento più profondo); questo concetto è quello di empatia.

Un cenno sull’empatia

L’empatia è una qualità, molto importante nel campo del counseling in cui mi sono formato, che Carl Rogers (colui che ha formulato il concetto e il nome di counseling) definiva utilizzando più o meno queste parole:

“Per essere di aiuto a qualcuno non ti devi mettere in posizione superiore a questa persona, non devi trovare tu le soluzioni per lei, devi fare in modo che questa persona trovi in sé le migliori qualità per trovare poi le migliori soluzioni per se stessa”.

Rogers elencava tre qualità di cui una persona che vuole offrire il suo aiuto ha bisogno e che sono sufficienti per darlo in maniera efficace.

Queste tre qualità sono: autenticità, devi essere autentico quando ti relazioni a qualcuno; accettazione incondizionata, cioè simile all’attitudine che ha un genitore nei confronti del figlio rispetto a qualsiasi cosa lui faccia (non si tratta di amare una cosa sbagliata che sta facendo, l’azione in sé può anche non essere accettata e criticata, ma il figlio viene accettato qualunque cosa combini; lo ama a prescindere e cerca di aiutarlo); e, soprattutto, l’empatia.

L’empatia è quella qualità che fa sì che io mi metta affianco a te e vibri della tua stessa emozione: per cui se a te è morta una persona cara io penso a quando lo stesso è successo a me (magari prima ero felicissimo perché il giorno prima avevo vinto alla lotteria ma, nel momento in cui mi rapporto al tuo dolore, anche io sono sintonizzato su una sofferenza simile alla tua).

Sono quindi con te, sintonizzato sulla stessa onda che stai provando tu, sulla tua sofferenza; ma non confondo ciò che è mio con ciò che è tuo, la tua sofferenza con la mia, non mi metto a piangere se piangi anche tu: questo sarebbe simpatia non sintonia, e non ti sarei d’aiuto così, passeremmo soltanto il tempo a disperarci l’uno l’altro senza risolvere nulla.

Siamo sintonizzati, non mischiati in un tutt’uno indistinto.

Posso quindi dare il mio sostegno perché ci sono emotivamente ma ci sono anche come persona, non sono confuso con un’altra persona e non ho bisogno anch’io di una spalla su cui piangere, conosco però molto bene quello stato emotivo.

Questa è l’empatia.

La compassione è ancora un passo in più rispetto all’empatia: è la capacità di con-patire, di essere profondamente compartecipi dei quel turbamento, e di non respingere la sofferenza: la guardiamo per quella che è, non nascondiamo la testa sotto la sabbia come gli struzzi; e ci apriamo alla possibilità di trascenderla, di superare questa sofferenza, aprendo ad essa il nostro cuore.

C’è nel film Avatar una frase bellissima: “Io ti vedo; ti vedo!”; ed è bellissimo che una persona, con il proprio cuore, dica a un’altra persona che la vede, che ha il proprio cuore connesso col suo e che nella sua sofferenza vede la sua.

Ed ecco che autorizzarci a vibrare di quella compassione fa sì che nascano anche tutta una serie di vantaggi, per me e per gli altri.

Si dice che la compassione ha tutta una serie di “nemici” (per modo di dire: la compassione non può avere nemici) che riesce a risolvere; anzi diciamo che permette di attraversare tutta una serie di situazioni: nemici come parola non mi piace proprio.

Sto parlando di cose come la crudeltà, la paura, l’ansia generalizzata. l’ emotività ristretta e una visione egoica.

Agisce, soprattutto, rispetto alle nostre preoccupazioni o a qualche nostra sofferenza.

Perché?

Guardiamo al periodo in cui stiamo vivendo.

Stiamo vivendo un momento di grande difficoltà e, in questi frangenti, il cuore rischia di chiudersi; tendiamo a creare delle corazze e più creiamo queste corazze più ci sentiamo isolati, dentro noi stessi e dentro la nostra sofferenza.

Pensare sempre e soltanto alla nostra sofferenza fa sì che noi la ingigantiamo, ci fa pensare che quello che succede a noi sia un qualcosa di enorme e di insuperabile.

Aprirci invece a vedere quanto la sofferenza sia diffusa nel mondo ci permette, oltre ad aprire più facilmente il nostro cuore agli altri, a relativizzare tantissimo i nostri problemi e a far calare l’ansia.

Smettiamo di pre-occuparci di qualcosa che non c’è ancora e ci occupiamo di cose più concrete.

Mi piace molto quello che diceva Madre Teresa di Calcutta quando diceva che lei non si sentiva speciale, semplicemente c’èra della gente che soffriva e lei si dava da fare per aiutare gli altri: le veniva spontaneo.

Questa è l’attitudine che si sviluppa quando si guarda alla sofferenza degli altri: ci si rimbocca le maniche e, semplicemente, ci occupiamo di quello che va fatto; ci occupiamo di quello che dobbiamo fare in quel momento, nel concreto, smettendo di pre occuparci.

E quindi cala l’ansia.

Perché la pre occupazione è tipica dell’ansia; nell’occupazione, invece, non c’è più ansia.

Aprire il nostro cuore agli altri è, come dicevo prima, di grande aiuto anche per uscire da meccanismi crudeli: perché quando io non guardo alla sofferenza degli altri sono capace di fare delle cose, magari anche bonariamente, crudeli nei confronti degli altri; inoltre, se io mi sento sopraffatto, agirò in modo da sopraffare anche gli altri in maniera spietata.

Talvolta i bambini piccoli, che sono anche capaci di tantissimo amore e tantissima compassione, possono risultare crudeli: perché guardano al loro orto e, guardando al loro orto, calpestano i piedi a qualcun altro.

Ovviamente, talvolta, lo facciamo anche noi adulti, solo che lo facciamo in modo più grave.

Un esempio: dall’ansia (e la crudeltà) alla compassione.

In questo periodo per il Coronavirus c’è stata una corsa a comprare le mascherine in gran quantità, oppure le boccette di Amuchina che , quando sono state disponibili, conosco persone che ne hanno comprato quattro per paura di non trovarle più.

Questa paura è comprensibilissima, è umana, magari anche io avrei potuto agire in quel modo; il concetto espresso da azioni simili è: “io le ho trovate e ne prendo quattro per mettere la mia famiglia al sicuro”.

Che cosa ho fatto, guardando la cosa da una prospettiva maggiore e che includa anche gli altri?

Che io, in qualche modo, ho privato altre persone: è un prodotto raro e io, agendo come ho agito, ne ho privato qualcuno che ne aveva davvero bisogno; magari qualcuno immunodepresso, e ci sono diverse persone con questo problema che hanno particolarmente bisogno di mascherine e di Amuchina.

Questo per farti capire che questa crudeltà, che potrebbe sembrare così astratta, in realtà è dietro l’angolo; possiamo tutti incorrere nella crudeltà se ci sentiamo chiusi, meschini, se ci sentiamo depravati e se guardiamo solo al nostro orto senza includere la sofferenza del mondo intorno a noi.

Ecco quindi come questa pratica della benevolenza ci può essere di grande aiuto.

Metta e Karuna, quindi, sono due meditazioni molto potenti e possono davvero fare la differenza; soprattutto in questo momento di ansia, Karuna è una meditazione che assolutamente consiglio.

Se mi hai fatto questa domanda sicuramente conosci già Karuna, e conosci il link al video di Youtube in cui c’è una Karuna guidata; io comunque te lo allego qui.

Una meditazione Karuna Guidata completa (gratis)

Puoi fare direttamente la meditazione guidata facendo partire questo video (dopo chiudi gli occhi che è meglio):

Meditazione Karuna spiegata ai Bambini

I bambini sono molto dolci e teneri, tuttavia sono facili prede dell’ansia e di una visione piccola ed egoica che gli fa essere stranamente e sorprendentemente chiusi fino a sconfinare in certe piccole forme di crudelta.

In questo mondo di cellulari, televisione e videogiochi permettere ai bambini di guardare anche all’umanità è talvolta l’unica cosa giusta da fare, ma come? Ebbene proprio con la pratica della Compassione! Ovviamente in una versione pensata apposta per i bambini.

La pratica di Metta, infatti, a detta dello stessso Buddha ci aiuta ad andare oltre Ansie, crudelta e sofferenza egoica. Puntando direttamente l’attenzione sull’auspicio di superare ogni tipo di sofferenza sia essa fisica o mentale.

Ecco come fare Karuna coi Bambini

Puoi guardare il video (e magari ad un certo punto farlo vedere anche al bambino (o ai bambini) o puoi leggere lo schema dei contenbuti sotto. (magari la prima volta guarda il video):

necessario: carta e penna (o colori)

A) pensa a qualcosa di gentile che hai fatto e senti la sensazione all’altezza del cuore

B) disegna un cuore grande

C) una alla volta inserisci nel disegno queste persone pensando alla loro sofferenza e mandando loro il tuo amore e il tuo sostegno

  1. Una persona che sta soffrendo (pensa alla sua sofferenza e manda amore)
  2. Una persona cara (pensa alla sua sofferenza e manda amore)
  3. Te stessa/o (pensa alla tua sofferenza e manda amore)
  4. Una persona neutra-indifferente (pensa alla sua possibile sofferenza e manda amore)
  5. Una persona difficile (pensa alla sua possibile sofferenza e manda amore)

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