La meditazione Tonglen e la differenza con la pratica di Metta

La meditazione Tonglen e la differenza con la pratica di Metta

 “In cosa consiste la meditazione Tonglen, e in cosa si differenzia dalla pratica di Metta?”

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Metta è una parola in lingua pali, e appartiene al buddismo originale; Buddha parlava in pali, e quindi parlava di Metta.

Tonglen è una parola tibetana; io non ho avuto un insegnamento diretto su questa pratica, l’ho conosciuta e praticata grazie a insegnamenti on-line da parte di due o tre maestri diversi, e quindi la conosco.

Vediamo di capire in cosa consistono.

Che cosa si fa con Metta?

Con Metta ci si connette con il proprio cuore – con la propria attitudine alla gentilezza e all’amorevolezza – e si manda un pensiero gentile agli altri; prima a noi stessi, per contattare l’energia del cuore e distribuirla all’esterno.

Si fa a vari livelli, e in tutte le direzioni (sopra, sotto ecc.); e quindi c’è un movimento che va dall’interno verso l’esterno.

La meditazione Tonglen, invece, appartiene alla cultura di un buddismo successivo, che si autodefinisce mahayana, che poi a sua volta si è sviluppato in vajrayana.

Mahayana significa “grande veicolo”, e in questo grande veicolo c’è una grande enfasi sul cercare di aiutare gli altri, quindi è meno psicologico dell’antico veicolo (che loro chiamano “piccolo veicolo”: hinayana; mentre invece, quelli che più tradizionalmente seguono gli insegnamenti di Buddha, preferiscono chiamarlo “insegnamento degli antichi”: theravada).

Il grande veicolo mette molta enfasi sia sull’altro – per esempio sul cercare di rinascere per essere di aiuto agli altri, piuttosto che arrivare subito al nirvana – e anche su un altro aspetto – che c’è un po’ in tutto il buddismo, ma in quello mahayano ancor di più – e che è quello di lasciare andare un’idea sbagliata di sé stessi.

Un concetto che potremmo definire “non sé”; oppure “vacuo”: cioè che la realtà è vacua.

In realtà anche la fisica quantistica è arrivata alla stessa conclusione, cioè che c’è più vuoto nella materia di quanto sia la materia solida; anche in quella che appare molto solida, come per esempio una pietra, c’è più vuoto che altro: il 99,9999999 (insomma una sfilza infinita di 9) % è di spazio vuoto, e non di materia.

Ma, al di là di tutto, che cosa fa questo Tonglen, qual è il problema dal punto di vasta mahayana?

Il problema è il nostro ego, è questo che non ci permette di accedere alla nostra realtà ultima.

La nostra mente sarebbe “pura”, ma essendo nel duale – essendo quindi frammentati e sentendoci separati – alla fine nasce il chiacchiericcio mentale.

Abbiamo paura, sentiamo la brama, abbiamo gli attaccamenti, la repulsione: nascono tutta una serie di cose che sono poi fonte di sofferenza.

Da un punto di vista mahayano, per ritrovare questa natura luminosa della nostra mente, la cosa più facile da fare è destrutturare l’ego, attraverso la compassione.

Cosa si fa quindi nel Tonglen?

Si prende il dolore degli altri (anche il dolore fisico, la sofferenza mentale, le malattie), e invece di fare un percorso dall’interno verso l’esterno – come con Metta – si procede dall’esterno verso l’interno, e si butta dentro la sofferenza, la si scaglia contro il nostro cuore.

Perché il nostro cuore è rivestito da una corazza – che è l’ego – che non ci permette di accedere al nostro cuore.

Alla bellezza, alla purezza, all’amorevolezza che è nel nostro cuore (che non è nemmeno più “nostro” a questo punto: quando stiamo amando, siamo amore, non c’è più tanto ego).

Ed ecco quindi cosa si fa col Tonglen: si prende la sofferenza del mondo, la si scaglia contro la corazza attorno al cuore, e… bum! l’ego si distrugge.

Tuttavia, per quanto sia una pratica molto potente, non la consiglio a chi non abbia già una un pochino di esperienza meditativa o psicologica.

Perché?

Perché, prima di distruggere un ego, abbiamo prima bisogno di costruircene uno.

Abbiamo bisogno di esserci.

Perché, se siamo un pochino fragili dal punto di vista della personalità, non è sano destrutturare l’ego; abbiamo bisogno, al contrario, di strutturarlo un pochino di più.

Poi, una volta ben strutturato, ci possiamo permettere di distruggerlo.

È un po’ come un bambino, che sta crescendo e sta attraversando l’adolescenza, che ha bisogno di sapere chi è, di appoggiarsi ai gruppi, agli amici, e fare anche qualche cavolata, insomma; e che magari si offende se gli sputano la macchina, o se gli toccano la sua squadra del cuore.

Diciamo che da adulti, se ti toccano la squadra del cuore, senza magari sapere che è proprio la tua squadra, non te ne importa niente; dopo un po’, da grandi, quello che ci offendeva tantissimo da adolescenti non è più una preoccupazione.

Di fatto, durante l’adolescenza ci stiamo costruendo un’immagine di noi stessi, un ego, mentre, da adulti, parte di quest’ego può essere alleggerito, altrimenti diventa troppo pesante.

Perché se sentiamo che dobbiamo difenderci anche da chi se la prende, nemmeno con me, ma con la mia squadra del cuore o con la mia macchina, come se “io” e “mio” fossero la stessa cosa, diventa un po’ un problema, e fonte di davvero tanta sofferenza.

Perciò, da grande, se qualcuno parla male dell’Italia (o magari ne parla bene, e mi lusinga), alla fine sta parlando di un posto dove io sono nato: non sta parlando di me, né nel bene e né nel male, né se mi lusinga o se non lo fa; non mi tocca più, è questo il punto.

Se sei già adulto psicologicamente, ecco che non avrai grandi problemi a usare delle tecniche che incentivano la destrutturazione dell’ego, se sai quanto quest’ego può essere limitante.

Però certo lo sconsiglio a chi magari si sente un po’ fragile e ha bisogno di sentirsi protetto, non puoi togliere la protezione a chi sente di averne bisogno.

Anche io, ogni tanto, mi chiudo, ho bisogno di farlo, è fisiologico.

Se mi sento offeso, o stanco, o stressato, tendo ad alzare delle corazze intorno al cuore; e va vene così.

L’importante è che so che, queste corazze, poi dopo le posso destrutturare.

E quando mi sento meglio, mi posso permettere di accelerare un pochino questo processo di apertura del cuore.

E allora, una pratica come il Tonglen ci sta.

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meditazione Tonglen vs Metta

 

 

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