Meditare con l’ansia: stare con “quello che c’è” VS la meditazione camminata

Meditare con l’ansia:

stare con “quello che c’è” VS la meditazione camminata

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C’è chi con l’ansia si trova bene con la meditazione camminata e va bene tuttavia..

La meditazione camminata, soprattutto quando c’è molta ansia, è sicuramente di grande aiuto.

Quando la mente è molto agitata, abbiamo bisogno di legarla, di ancorarla a qualcosa, quindi ancora prima di Vipassana abbiamo bisogno di fare questa tecnica – associata alla Vipassana – che è quella di stare col respiro.

Molti dicono che la Vipassana è la meditazione del respiro, ma non è esattamente così, e, anche se è vero che il respiro è di grande aiuto per entrare in Vipassana, la tecnica che verte sul suo utilizzo ha un altro nome.

Perché la Vipassana permette a qualsiasi esperienza di trovare il suo spazio, mentre legarci al respiro ci ancora molto; però, quando la mente è molto agitata, è molto utile ancorarla, quindi va benissimo farlo.

Ho avuto modo di notare che c’è un problema per chi soffre d’ansia, più io dico di stare con le cose così come sono e più mi viene detto: “ma io ho ansia, non ci riesco a stare con le cose così come sono”.

“Ok, ve bene” dico io “Non è un problema: stacci lo stesso”.

“Oh beh, ma io non riesco” mi si risponde, ovvero c’è ansia di cacciar via l’ansia.

Non è con una nuova tecnica, con una nuova compulsione, o grazie a un nuovo meccanismo che verrai a capo del problema: è arrendendoti al problema che risolverai la questione.

Arrendersi non significa abbandonarsi ai mille pensieri, ma abbandonarsi all’ansia sì.

Ok, ci sto: e questo mi rilassa, va bene.

Più mi dico “non va bene”, “devo fare qualcos’altro”, “devo… devo… devo… “, e più sono nella dimensione del fare; quando, invece, la meditazione funziona bene quando sei nella dimensione dell’”essere”: essere presente.

Quindi, spostati dal dover fare qualcosa all’essere.

Il respiro ci aiuta in questo.

Perché, che cosa facciamo?

Quando meditiamo sul respiro, e ci chiediamo cosa fare – e quindi c’è una vocina che mi dice: “E ora, che cosa faccio? E allora qualcosa faccio: siamo nel fare – che cosa faccio, appunto? Segui il respiro.

Questo è quello che faccio; ma quando io segui il respiro, cosa faccio?

Sento il mio corpo che sta respirando, e quindi io e il respiro diventiamo un’unica cosa; vivo l’esperienza del respirare quando la mia attenzione è focalizzata nel respiro.

E quindi, io, in quel momento, vivendomi l’esperienza del respirare, sono pienamente nell’essere: non sto facendo null’altro che essere presente a me stesso.

Poi, di nuovo, mi distraggo… che cosa posso fare?

Ah, ok: seguo il respiro.

In altre parole, noi in meditazione cerchiamo la dimensione dell’essere, facciamo il meno possibile.

E se ci accorgiamo che c’è qualcosa che “dobbiamo fare”, allora ci ancoriamo all’adesso; perché il respiro, vivere il presente, significa tornare all’essere.

Quando siamo nell’essere va bene qualsiasi cosa, perché una parte di noi testimonia quello che un’altra parte di noi sta vivendo.

Quando testimoniamo, quando una parte di noi è attiva nell’osservare quello che accade a un’altra parte di noi che, “poverina”, è più in balia delle onde, quella parte è tranquilla.

Quindi, sì, una parte di noi è agitata e sta nelle onde, ma un’altra parte è tranquilla; e alimentare questa parte tranquilla è il lavoro che noi facciamo.

Se invece tendiamo a voler fare e a dirci “questo non funziona”, questo che cos’è?

È un pensiero, un giudizio: un pensiero giudicante, per l’appunto (“non sono capace”, “non ci riesco”).

Non riesci a stare?

Ok, è umanamente comprensibile.

Ma starci è possibile, ed è possibile anche a te.

E quindi, il mio invito, soprattutto a chi tende a soffrire molto d’ansia, è quello di non arrendersi e di non mettersi nemmeno a cercare mille tecniche diverse.

Mentre mediti, non stare lì a dire “Adesso chiedo a Claudio come fare questo e quest’altro, perché non ci riesco”, oppure “Sì, ma io controllo il respiro, come faccio?”.

Ok, controlla il respiro; il respiro avviene in modo naturale, prima o poi, per quanto tu tenda a controllarlo, il respiro arriverà in modo spontaneo.

Non sarà alla prima, non sarà alla seconda, ma alla centesima – se continui – arriverà in modo naturale; non c’è bisogno di creare agitazione e di cercare mille altre tecniche.

Vuoi fare altre tecniche e, per esempio, ti riesce bene quella camminata?

Va benissimo, camminare aiuta a calmare l’ansia.

Va bene anche fare Metta, o Karuna – ovvero le meditazioni in cui rivolgiamo la nostra attenzione agli altri, mandando loro pensieri gentili partendo da noi stessi – tutto ciò aiuta. ( clicca qui per saperne di più )

Ma l’invito è: stacci.

Medita lo stesso, datti del tempo.

Capisco che è frustrante starsene seduti e vedere che la propria mente parte in mille pensieri.

Magari alterna: se ti viene bene la meditazione camminata falla ogni tanto, e poi, magari, fai un po’ di meditazione seduta.

Quindi fai prima la meditazione camminata, perché camminare aiuta parecchio a rilassarsi, e subito dopo ti siedi; stai sul respiro e cerchi, se ti riesce ma senza dare per scontato che ti possa riuscire per forza, di trovare il silenzio dentro di te e di entrare nella dimensione dell’essere.

Poi, quando sei nella dimensione dell’essere, entri in Vipassana e si alleggerisce molto questo bisogno di fare – e quindi anche l’ancorarsi al respiro – e questo tende ad accadere in maniera abbastanza fluida.

Questo è il mio invito.

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