I sensi come via per l’illuminazione

I sensi come via per l’illuminazione

“I sensi sono un limite per fare esperienza diretta con il presente?”

No, i cinque sensi – più, un po’ a latere, il pensiero: che è un senso un po’ particolare, che i buddisti mettono come “sesto senso” – sono gli strumenti con i quali noi interagiamo con la realtà circostante.

Ed è quindi proprio attraverso i sensi che noi conosciamo.

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Da un punto di vista iconografico, per dare un’idea di questi cinque sensi, nel buddismo vengono rappresentati come una stanza – diciamo una specie di appartamento – con sei finestre: ognuna delle finestre rappresenta uno dei sei sensi (ovvero i cinque sensi, più il pensiero).

Ciascuna finestra ci dà uno scorcio della realtà che ci circonda.

Ma ciascuna finestra ci mostra la sua prospettiva, ci offre la sua porzione di realtà: ciascuna finestra ci dà uno scorcio limitato.

Cerchiamo di farci un’idea della realtà attraverso questi sei sensi, che comunque sono limitati; è così che noi conosciamo le cose.

I pensieri sono un po’ più subdoli: i pensieri la realtà sono capaci di inventarla.

Mentre i cinque sensi corporei, quindi il corpo, aderiscono alla realtà: il corpo vive nel qui e ora.

I pensieri quindi non ci portano nel qui e ora, ma nel domani e nello ieri, nel futuro e nel passato; mentre il corpo, attraverso i suoi sensi, è un portale per l’adesso, e ci aiuta a risvegliarci.

Quindi i sensi non sono un limite, sono una risorsa.

Un problema un po’ più sofisticato si ha quando i sensi producono sensazioni.

il passaggio dalle percezioni alle sensazioni

Le sensazioni – come ho già detto rispondendo a una domanda precedente – sono riconducibili a tre esperienze: piacevole (mi piace), spiacevole (non mi piace) e neutra (mi è indifferente); e sono legate ai sensi fisici, e anche ai pensieri.

E anche qui possiamo indagare, cioè sull’aspetto dei sensi e su quello delle sensazioni. Che non sono la esattamente la stessa cosa: c’è un passaggio in mezzo, che in Vipassana possiamo osservare.

Che per esempio un suono, io, ad un certo punto, la traduco in “rumore”.

Perché?

C’è un oggetto (che ha prodotto un’onda sonora), e c’è un altro oggetto (i martelletti del mio orecchio) che percepisce questo suono; e questo suono arriva nel cervello (che gli dà un’etichetta: abbaio di un cane); e questo suono mi dà fastidio (è diventato un rumore).

Il fastidio è un’avversione: un “non mi piace”; ma a me non è arrivato un rumore, mi è arrivato un suono: è diventato un rumore per me.

Se è il mio cane, amatissimo, non è più un rumore, è un bel suono: un canto.

Quindi è un qualcosa di soggettivo.

Ed è utile rimanere il più possibile nell’esperienza sensoriale, riconoscendo la differenza tra una percezione sensoriale e una sensazione.

C’è una bellissima storia, di Buddha, in cui arriva un saggio non ancora realizzato che voleva raggiungere l’illuminazione, e che voleva un insegnamento veloce veloce, perché aveva tanta fretta.

E Buddha gli dice: “Quando sei nell’udire, fa sì che ci sia solo l’udire, quando sei nel toccare, fa sì che ci sia solo il tocco; insomma: quando sei con uno dei cinque sensi, fa sì che ci sia solo quello”.

E allora, il suo discepolo, ha realizzato il senso di queste parole ed è diventato un essere illuminato: è diventato un Buddha.

Trovi il dettaglio della storia con anche il suo senso pratico gratis qui:

La storia di Bahya e come meditare sui 5 aggregati – Corso Buddismo

Quindi, ricapitolando, i sensi non sono un limite, ma una risorsa: tutto diventa osservabile e insegna qualcosa, compresi i meccanismi mentali che noi infiliamo in mezzo.

questo video è stato estrapolato da una sessione del Come Meditare Coaching qui trovi maggiori informazioni su questo servizio di sostegno nel tempo: http://www.comemeditarecoaching.it

Vai gratis alla storia che Buddha racconta a Bahya che lo porta al risveglio:
https://www.comemeditare.it/buddhismo/la-storia-di-bahya-e-come-meditare-sui-5-aggregati-corso-buddismo/

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