Cosa succede se mediti tutti i giorni

Cosa succede se mediti tutti i giorni

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 Di cose ne succedono diverse.

Diciamo che, a livello scientifico, si è dimostrato che in genere chi pratica più a lungo ha tutta una serie di benefici rispetto a chi fa un’esperienza di soli pochi giorni.

Però i benefici arrivano anche a chi fa un’esperienza di pochi giorni, però se mediti tutti i giorni succedono tutta una serie di belle cose.

Io sono rimasto un pochino indietro, nel senso che la scienza continua a studiare gli effetti della meditazione e continua a scoprirne sempre di nuovi.

Poi è chiaro che, se l’esperimento è volto a scoprire un effetto piuttosto che un altro, è chiaro che ne scoprono; e ne scoprono sempre di più.

È incredibile.

Io rimango sempre più sorpreso da quanti benefici ci siano, scientificamente dimostrati, nell’ambito della meditazione.

cosa succede nel corpo di chi medita con costanza

Se ti interessa l’aspetto scientifico della meditazione, ti consiglio un libro che si intitola (e già il titolo già la dice lunga): “La meditazione come cura”.

È un libro scritto a quattro mani, di cui “due” sono quelle del famoso Goleman, quello che ha scritto “Intelligenza emotiva”.

“La meditazione come cura” è un titolo consigliatissimo, vengono esaminati per bene i benefici della meditazione soprattutto per chi medita tutti i giorni.

Vediamoli un po’ alcuni di questi benefici, sono quelli che mi ricordo meglio (me ne sono appuntati alcuni perché sono talmente tanti che rischiano di sfuggirmi).

Anzitutto minore stress, puoi proprio notare che c’è minor cortisolo in circolo (il cortisolo è il cosiddetto “ormone dello stress” e crea tutta una serie di danni al sistema immunitario, oltre che al sistema cardiovascolare: si invecchia e si muore prima, con elevate concentrazioni di questo ormone nell’organismo).

C’è una maggiore produzione di endorfine. Le endorfine sono quei neurotrasmettitori che, per esempio, si sprigionano quando si fa una attività sportiva; quando siamo pieni di endorfine intanto non sentiamo dolore, e in generale ci trasmettono un senso di benessere.

Il senso di benessere è tipico anche di un altro neurotrasmettitore che aumenta nel praticante, ed è la serotonina, che dà una forma di appagamento e di soddisfazione profonda.

Nel praticante è riscontrabile anche la melatonina, che aiuta il sonno e ti fa dormire meglio.

Un’altra cosa, meno nota – ma che, guarda caso, dà senso a tutte le altre cose – è una maggiore produzione di gaba.

Il gaba è un’altra sostanza che, rispetto a tutti gli altri neurotrasmettitori, li equilibra: se c’è troppa endorfina, riesce ad assorbirla; se c’è troppa serotonina, idem ecc.

E riesce anche a dare un maggiore equilibrio rispetto ai neurotrasmettitori più stressogeni.

Quindi in chi pratica meditazione non c’è solo un maggiore equilibrio che è possibile avvertire soltanto mentalmente, ma questo equilibrio ha anche una risposta chimica che è possibile riscontrare in chi medita tutti i giorni.

È stato anche riscontrato un ispessimento della corteccia cerebrale, di addirittura un millimetro ogni tot di tempo di meditazione quotidiana; avere il cervello più spesso di un millimetro non è una roba da poco.

Non so come le abbiano studiate esattamente, ma molte delle cose che ti sto dicendo fanno parte di una ricerca dello Yale Institute of Massachusetts; ma comunque di ricerche ce ne sono tante, puoi andare un po’ a documentarti e vedrai quante cose belle ci sono.

C’è anche una migliore connessione fra gli emisferi cerebrali.

Se io applico dei sensori al cervello posso vedere che, normalmente, il cervello di una persona, quando elabora informazioni e le riorganizza, usa l’emisfero sinistro (quello più cognitivo, razionale e “freddo”), mentre l’altro emisfero è perlopiù spento e non si riscontra una particolare attività; viceversa, quando siamo più nelle emozioni, nel divertimento, nella creatività e nelle percezioni – insomma, tutte cose che “sentiamo” senza elaborarle – ecco che si attiva la parte destra (più “femminile”, creativa, elaborata), e quando questa è più attiva, l’altra tende a essere spenta.

Quando meditiamo, invece, si crea una congiunzione, e la parte cognitiva si collega a quella cognitiva: noi poniamo la nostra attenzione, la nostra organizzazione di idee, al servizio di quello che percepiamo, e si creano quindi delle connessioni tra i due emisferi, che sono quindi a contatto contemporaneamente.

Questo avviene durante la meditazione.

Però è chiaro che questa qualità di presenza e di consapevolezza, in chi medita con costanza è più facilmente riscontrabile.

Poi c’è una minore mortalità, addirittura di un terzo (e non è certo poco), rispetto alle malattie cardiovascolari.

E inoltre è stato anche verificato, sempre nella stessa ricerca dello Yale Institute, che chi medita con costanza vive più a lungo.

Ora, io non direi di meditare per questo motivo, però fa piacere pensare che, dato che talvolta abbiamo la sensazione di perdere tempo mentre meditiamo, in realtà il tempo non lo perdiamo, perché lo recuperiamo con una vita più lunga.

Queste sono quindi le cose che succedono a livello scientifico (alcune delle cose, perché, lo ripeto, stanno arrivando risultati sempre nuovi sull’argomento).

Ma dal punto di vista personale, che cosa succede per chi medita costantemente?

cosa succede in chi medita da tempo

Apparentemente succede poco, non ci sono grandi cambiamenti; io medito da tanti anni, la percezione è quella di essere sempre molto distratto.

Il punto è che, in realtà, quello che succede è che i miei pensieri si raffinano: la mia qualità di attenzione – rispetto ai pensieri che entrano, e che subdolamente ci distraggono – si è affinata, e quindi me ne accorgo di più.

Ma, da un punto di percezione mia, l’impressione è di avere sempre pensieri.

Mi è successo ad esempio una volta, quando ero già un meditante esperto, di fare un corso di Mindfulness (per scoprire che già la conoscevo, con il nome di Vipassana, e che dal punto di esperienziale avevo già parecchi anni di esperienze simili, mentre gli altri allievi del corso erano alle prime armi), ebbene, ecco che, dopo una meditazione, sentivo tutti che nel momento della condivisione della propria esperienza dicevano: “Ah, io ho avuto pochissimi pensieri”, “Sono stato benissimo”, “Sono stato in pace”, “Che bello”; mentre io mi dicevo: “Beh, io invece c’ho avuto un sacco di pensieri”.

E una volta. E due volte. E tre volte.

Poi, giustamente, lo stesso insegnante mi disse: “Tu sei un esperto di meditazione, dei pensieri te ne accorgi di più; mentre loro, magari, stanno sicuramente bene e in pace, il loro livello di attenzione è aumentato, ma non al punto da essere così sensibili da accorgersi anche dei pensieri più sottili”.

E quindi, dal punto di vista della percezione personale, può succedere che non te ne accorgi.

Anche lì è stato dimostrato da un punto di vista scientifico – sempre applicando dei sensori ai meditanti di meditazione, e guardando le varie onde che indicano quanto in profondità riesci a stare e quanto sia rilassata la mente – che capitava spessissimo che i praticanti avessero un’impressione disastrosa della loro esperienza.

Per esempio durante un ritiro, e meditando quindi tutti i giorni, capitava spessissimo che il praticante andasse dall’esaminatore e gli dicesse: “Guarda, puoi buttare l’elettroencefalogramma perché è stato un disastro, ho avuto mille pensieri e senz’altro non sono riuscito ad andare meglio di ieri”; mentre invece l’esaminatore gli diceva: “E invece: complimenti, perché sei andato meglio di ieri”.

Quindi la percezione ci può ingannare; a livello personale è questo che può succedere.

È vero, nel corso degli anni si possono vivere molte esperienze, molte sono comuni, banali e non succede niente di che.

Esperienze che possono accadere in chi medita

A volte ci sono delle realizzazioni improvvise, degli insight in cui c’è una comprensione profonda, in cui ci diciamo: “Aha! Adesso ho capito questa cosa di me”.

Oppure delle esperienze bellissime, in cui attraversiamo dei momenti bellissimi di apertura del cuore, in cui siamo “in grazia di Dio”.

Quindi, si possono comunque vivere delle esperienze particolari, più belle ecc., però l’invito è quello di non andare a cercare certe esperienze e negarne delle altre.

Anche l’esperienza più comune, quella che ci fa dire: “Sono distratto, non riesco a meditare”, è comunque preziosa.

Non diamo retta a questi pensieri del momento, mentre stiamo meditando.

Non andiamo a cercare un’esperienza diversa da quella che c’è nel qui e ora, soprattutto se stiamo facendo la meditazione di consapevolezza, ma stiamo con quello che c’è: se c’è la distrazione, stiamo con la distrazione.

Perché è questo che significa meditare.

Ed è comunque vero che il meditante, come è stato provato scientificamente – e a vari livelli, prima te ne ho detti tanti – sta sempre più in pace.

Poi, ci abituiamo anche a stare in pace, e diventiamo più sensibili a momenti di ansie sempre più lievi.

Se noi, come praticanti che praticano per tanti anni, ci guardassimo indietro come si guarda a una fotografia (grazie alla quale ci accorgiamo di quanto siamo invecchiati, mentre invece guardandoci allo specchio giorno dopo giorno non ci avevamo fatto caso), ci accorgeremmo di tante cose.

Se io penso a come sto oggi, e penso poi a come stavo prima di iniziare a meditare, beh, io non tornerei indietro.  

Anche se, oggi come oggi, ogni tanto mi accorgo che ho ancora tanti pensieri; o ci sono anche forme di ansia, anche se oggi non la chiamerei più così e le darei un altro nome.

C’è comunque quell’attitudine a dar retta ai pensieri, che ci fanno preoccupare (soprattutto di questi tempi).

È fisiologico.

Ma non mi faccio più agganciare come prima.

So che è normale, non mi preoccupa essere ansioso; e già questo da tanta calma.

E già essere tranquilli del fatto di “non essere tranquilli” è una gran cosa; sembra una banalità, ma è una conquista enorme.

E perciò guardando la “fotografia” di com’ero prima di iniziare a meditare, la differenza la noto, eccome, e non vorrei certo tornare indietro.

Quindi ci sono delle differenze assolutamente riscontrabili, da un punto di vista scientifico; da un punto di vista esperienziale, l’invito è quello di non andare a cercare una maggiore pace, ma di stare con quello che c’è, perché è stando con quello che c’è che si sviluppa la pace.

E questa pace comunque la capitalizzi, e alla fine te ne accorgi che c’è, eccome se la noti.

Anche se, lì per lì, potrebbe trarti in inganno il fatto che sembri tutto normale (come quando ti guardi allo specchio e ti vedi sempre uguale), ma non lo è.

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